Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere la Tirreno Adriatico con una tappa regina e un arrivo in salita che modella la classifica generale. Il Terminillo, il Carpegna, il Valico di Santa Maria Maddalena, la salita di San Giacomo, Prati di Tivo, Monte Petrano… sono tutte le grandi scalate che in questi anni hanno deciso la sorte della Corsa dei Due Mari. I più attenti, però, ricorderanno anche qualche sporadica edizione senza un vero e proprio arrivo in salita, ma con 2-3 tappe costellate di muri. Lo spettacolo non è mai mancato, con tappe tiratissime, abbuoni decisivi e graduatorie determinate da pochi centesimi. L’edizione 2026 cercherà di ricalcare proprio questo tipo di disegno: ogni tappa può essere quella buona per provare a portarsi a casa il magico Tridente.
Se prendiamo in considerazione il nuovo Millennio si può dire tutto, tranne che la Tirreno Adriatico fosse una corsa selettiva, da scalatori. Negli anni in cui non era prevista una cronometro hanno vinto corridori da classiche, come Filippo Pozzato (2003), Paolo Bettini (2004) e Oscar Freire (2005), spesso giocandosi la corsa sugli abbuoni, ma la prova contro il tempo si è invece rivelata decisiva nelle vittorie di Abraham Olano (2000), Erik Dekker (2002), Thomas Dekker (2006) e Fabian Cancellara (2008).
La corsa ha svoltato verso gli uomini da classifica generale nel 2009, quando ha inserito la salita di Sarnano-Sassotetto, il Valico di Santa Maria Maddalena, a ridosso dell’arrivo di Camerino, anche se un assaggio c’era già stato nel 2007 con l’arrivo a San Giacomo e la vittoria finale di Andreas Klöden. Sono però le due edizioni successive che, per disegno e idea generale, assomigliano molto a quella del 2026. Nel 2010 e 2011, infatti, la salita verso Sassotetto venne comunque inserita, ma più lontano dal traguardo, proprio come quest’anno. A decidere l’esito della gara furono i muri e le salitelle sparse per Abruzzo e Marche.